domenica 7 ottobre 2018

Un viaggio fotografico

Tre anni di viaggio, 25.000 foto, decine di taccuini di appunti e numerosi articoli di giornale sono il punto di partenza del libro La Crepa, sul quale si è tenuta una conferenza oggi al Circolo Arci Bolognesi per Internazionale a Ferrara.
Carlos Spottorno, fotografo e autore del libro insieme al giornalista Guillermo Abril, ci spiega che questa “Crepa” ha un significato grafico che rende l’idea di che cosa troveremo all’interno del libro: non una crepa unica, ma sia quella che separa l’Europa e i suoi stessi paesi, sia quella che la separa dal resto del mondo.
Tutto ha origine nel 2013 quando il direttore del giornale spagnolo Semanal, in seguito al disastro di Lampedusa, li incarica di una serie di reportage sulle frontiere meridionali dell’Europa.
Nel 2014 gli autori si imbarcano per percorrere i confini da Melilla fino alla Grecia, riscontrando non poche difficoltà nell’acquisire informazioni in quanto tenute nascoste dalle autorità. Solo per caso, salendo sulla nave sbagliata, vengono a conoscenza di quei dati che permetteranno la continuazione della loro ricerca. Tra il 2015 e il 2016, riuscendo ad ottenere i fondi necessari, proseguono il viaggio verso le frontiere Nord-Orientali dell’Europa. Ancora delle frontiere con i loro problemi.
Il libro cuce con un filo rosso tanti episodi tutti diversi tra loro, che vanno però a costituire l’idea di un contesto che, a parere di Spottormo, è un concetto fondamentale per riunire insieme tutte le sporadiche informazioni di cui ogni giorno veniamo a conoscenza.
Il fotografo dichiara di aver abbandonato il concetto tradizionale di fotografia per creare delle illustrazioni che riferissero un messaggio. La natura fotografica doveva essere mantenuta, ma allo stesso tempo anche arricchita. Partendo da immagini tutte uguali e con lo stesso peso narrativo, le elabora ispirandosi alle graphic novels in modo che diano l’idea di una storia con un inizio, una fine e un testo narrativo. 
 Greta Mariotti e Antonia Romagnoli 

Lotta al femminile contro la malavita

Il cortile del Castello Estense di Ferrara è stato teatro di un acceso dibattito, moderato da Teresa Parmigiani, che ha analizzato il ruolo femminile all'interno delle organizzazioni criminali o della lotta contro di esse.
Il primo ospite a prendere la parola è stato il criminologo Federico Varese che ha evidenziato l'esclusione delle donne dai ruoli più importanti della gerarchia mafiosa tradizionale, sebbene esse collaborino attivamente con gli uomini. Una delle spiegazioni addotte da Varese è che le donne sono più inclini al sentimento d'amore che potrebbe indebolire l'organizzazione e i principi mafiosi. Paradossalmente sono presenti pregiudizi di genere anche in ambito giudiziario, in quanto donne effettivamente appartenenti a un'organizzazione criminale non vengono indagate e incriminate come tali, poiché non sottoposte a riti di iniziazione da cui sono escluse. Il criminologo ha inoltre supportato la sua tesi portando come esempio le dinamiche organizzative della mafia giapponese, in cui le mogli dei boss gestiscono i rapporti con gli affiliati dei mariti ma non vengono considerate colpevoli.
La parola è poi passata a Valentina Fiore, una delle responsabili del progetto Consorzio Libera Terra Mediterraneo, che si occupa della vendita di prodotti agricoli provenienti da terreni confiscati alla malavita. "Debolezza", mettere insieme e amore sono le parole chiave essenziali per descrivere il suo lavoro. Il primo è in realtà una debolezza maggiormente in una prospettiva maschile, perchè usare il dialogo e non l'assertività è, in realtà, il solo modo per comunicare con il mondo della malavita.  Il primo passo infatti da intraprendere per permettere un primo moto di rivoluzione e cambiamento dovrà assolutamente partire dal singolo individuo per poter poi coinvolgere un'intera comunità.
Da ultima Anabel Hernàndez porta la sua incredibile testimonianza di vita e di lavoro sul narcotraffico che dilania il Messico, suo stato d'origine. La giornalista presenta le terrificanti statistiche secondo cui, a causa della continua espansione e del commercio dei cartelli della droga in Sud America, avrebbero già perso la vita più di duecentocinquantamila messicani. Con grande enfasi sottolinea come gli esponenti delle organizzazioni criminali si servano delle donne come merce di scambio, nonché fondamentali collaboratrici e responsabili del riciclo di denaro. Denuncia inoltre la completa collusione delle forze dell'ordine e degli organi statali con i narcotrafficanti e l'ipocrisia della società, la quale non solo ignora le vittime non appartenenti ad una classe sociale elevata, ma  è attiva consumatrice di beni derivanti dalla criminalità organizzata.
La conclusione è lampante. Nonostante le differenze di forma che contraddistinguono le diverse organizzazioni criminali, in realtà esiste un'unica via da seguire: considerare prese di posizione e atti di sopravvivenza contro la malavita come puri e semplici desideri di normalità.
Filippo Novelli, Federica Sossella

La sindrome della mela

Cosa significa essere donna all'interno di un mondo maschilista? Fin dall'inizio dei tempi alla donna è sempre stata attribuita la "sindrome della mela": da quando è stato commesso il peccato originale, la figura femminile si è ritrovata sottomessa a quella maschile, assimilata ad una sorta di  "lupo cattivo".
Oltre alla sottomissione vi è una discriminazione in ambito lavorativo: il 40% delle donne lavora meno degli uomini e ricopre incarichi di basso livello, inoltre una piccolissima parte, pari al 10% lavora come vignettista per la stampa, nonostante il livello dell'educazione femminile sia quello statisticamente più alto (37%). Dopotutto, "qual è il corrispettivo femminile dell'uomo seduto sul divano davanti alla tv? Una donna in piedi a cucinare!".
Grazie a tre donne vignettiste, Anne Derenne, Zainab Fasiki e Marilena Nardi, lo stereotipo delle donne in cucina è decaduto.
Infatti, secondo la francese Anne Derenne, la donna che fin da bambina viene privata di opportunità, riservate maggiormente ai maschi, cresce con l'etichetta di "emotiva, empatica, sentimentalista: la tipica femminuccia", che la limiterà nell'esprimersi in futuro,
Zainab Fasiki racconta come lei si sia opposta alla volontà della madre per dedicarsi ai suoi viaggi: così, grazie alla vignettista marocchina, scopriamo come la società in Marocco emargini la donna che non segue le regole sociali. "Da quel momento diventi un problema", ha specificato Zainab.
Le donne, in tutti i contesti, sia europeo che extra europeo, corrono il rischio di essere soggette a molestie e violenze da parte degli uomini. Le strade della città non sono più sicure, tra zone d'ombra e zone di luce e piene di sguardi che sembrano imporsi sulla figura di donna le impedisce di vivere liberamente. Nei casi di violenza accade lo stesso: donne, anche di giovane età non vengono assistite in caso di violenza subita oppure non vogliono  mostrare quel malessere che si trascinano dietro, che le sta consumando. In questi casi, è la bellezza fisica che è colpevole della perdita di fiducia della donna in se stessa, frena i talenti e la possibilità di una carriera degradando la sua figura in mero oggetto di "desiderio sessuale".
Trattando di desiderio sessuale, Zainab Fasiki racconta un episodio di quotidianità in Marocco: una ragazza, la cui unica colpa è stata di salire su un autobus, ha subito violenza. Questo tragico avvenimento è solo uno dei tanti trattati dalle vignette delle tre ospiti, le quali continuano a combattere per togliere il velo del "non detto" dagli occhi dei loro lettori. 

Anna Di Garbo e Chiara Marchesin. 

Noi i cattivi italiani


Il 6 ottobre, a palazzo Roverella a Ferrara, è stato intervistato lo scrittore, giornalista e conduttore televisivo Gad Lerner dalle studentesse di OCCHIO AI MEDIA, un’associazione di volontariato non governativa che si occupa del monitoraggio della stampa per verificare che nessuna etnia venga discriminata dai giornali.
Tema dell’incontro sono stati l’Olocausto e le Leggi razziali del 1938, di cui quest’anno ricorre l'ottantesimo anniversario.
Le interessanti domande delle studentesse hanno stimolato la riflessione sulle somiglianze tra il pensiero di epoca fascista e quello che attualmente alimenta le discriminazioni.
Nonostante questo sia un argomento complesso, “disumano e che suscita disagio” in chi ne sente parlare, oggi abbiamo avuto l’occasione di ascoltarne una lettura più innovativa diversa.
Nessuno, o pochi, nel Ventunesimo secolo ha il coraggio di definirsi “razzista”, parola che, secondo Lerner, è diventata "proibita" in Italia, ma non mancano le somiglianze tra discorsi dell’epoca fascista e i nostri talk show televisivi. Secondo Gad Lerner “il linguaggio e l’ironia usati sono gli stessi": i giornali che si fingono “dalla parte del popolo”, “anticonformisti” , che ritengono il politically correct un flagello contro la libertà di parola sono gli stessi che usano insulti, parolacce ed espressioni come negro, disinfestazione di rom. A questo linguaggio, molto frequente nella comunicazione giornalistica e politica, però non dobbiamo abituarci.
Il Popolo italiano del 1938 si era abituato alle discriminazioni contro gli ebrei tanto che non si era reso conto di ciò che stava accadendo; pensiamo, per esempio, al fatto che soltanto un insegnate a Firenze si è rifiutato di coprire la cattedra di un professore ebreo espulso dalla scuola e deportato nei campi di concentramento. 
E se questa realtà non fosse così distante dalla nostra?  
Lerner ritiene che oggi non ci sia soltanto un accanimento immotivato contro gli immigrati come anni fa contro gli ebrei, ma che siano aumentate anche le motivazioni per condannare gli immigrati: perché "ci rubano il lavoro", "sono ladri nullafacenti".
Chi non condivide queste idee xenofobe è considerato razzista contro gli italiani, "gli italiani sono i veri presi di mira dai grandi finanzieri", "troppi figli di immigrati nelle scuole vanno a danno dell’istruzione di noi italiani”.
Grazie alla sua personalità brillante Lerner è riuscito a conquistare il pubblico parlando di un tema vicinissimo a noi, senza vergognarsi di fare nomi noti come quelli di uomini politici, emittenti radiofoniche e giornalisti - i veri fomentatori dell’ideologia razzista -  alternando momenti di serietà e di  leggerezza.

 Giulia Pietrogrande e Benedetta Crivellaro



"Non solo di cose d'amore"


A Palazzo Roverella oggi si è parlato di eros, non con "il significato romantico e privato che gli attribuiamo oggi, bensì uno molto più ampio, che arriva ad abbracciare tutto: che si parli di politica o di virtù, di verità o di menzogne", ogni cosa è amore. E' questo il messaggio di Socrate protagonista del saggio di Pietro Del Soldà, filosofo e conduttore del programma su Rai Radio Tre Tutta la città ne parla. A intervistarlo a Internazionale un gruppo di studenti del Liceo Ariosto di Ferrara.
Nel suo ultimo libro Non solo di cose d'amore. Noi Socrate e la ricerca della felicità l'autore sceglie come guida proprio il filosofo greco in un percorso che solleva quelle domande esistenziali che l'uomo da sempre si pone. Come riuscire a realizzare davvero se stessi? Come combattere una solitudine che è sempre compagna di vita anche nel mondo della comunicazione globale? Come essere felici?
Un moderno Socrate, accompagnato dal sofista Protagora e dalla sacerdotessa Diotima, ha portato fino ad oggi parole antiche che mostrano come gli esseri umani siano sempre separati non solo dalla comunità in cui vivono, ma anche da loro stessi. Incapaci di superare il muro tra quello che sono e quello che vorrebbero apparire, faticano a comprendere che è nel quotidiano dialogo con gli altri che possono aprirsi la strada verso una possibile felicità.

Bit criminali

In ogni epoca l'uomo ha sempre avuto paure che lo hanno afflitto. L'uomo di oggi è minacciato dal web. Presso il palazzo Roverella Alessandra Belardini, Francesca Bosco, Tim Stevens e Federico Varese discutono sugli abitandi delle piattaforme digitali e sui rischi che si celano e che creano conseguenze non arginabili.
La paura deriva dal continuo stato di incertezza di fronte a questo "mondo iperconnesso", un enorme sistema nel quale sono nascosti pericoli e dove si insidiano organizzazioni criminali, nativi digitali e la polizia postale "in incognito".
Alessandra Belardini, ufficiale della polizia postale, sottolinea l'importanza dell'uso di un linguaggio appropriato sui social molte volte utilizzato in modo distorto. Spesso, infatti, sostituiamo una nostra opinione con un "emoji", limitando il valore delle parole ed incrementando le polemiche inutili.
"Il fattore umano è l'anello debole della catena interattiva che si viene a crare nel web", specifica Francesca Bosco, membra del Centre for cybersecurity, Wef.
"Spesso gli utenti si informano male", soprattutto in termini di sicurezza e di privacy, immetendo nel sistema propri dati. Ed è proprio di questa negligenza che i cyber criminali approfittano. Questi si servono dei dati degli utenti per venderli per fini di  lucro o per creare false identità. La polizia postale agisce in prima linea davanti a simili reati tracciando la scia dei rapporti poco chiari, arrivando fino a prevedere la vulnerabilità delle infrastrutture del sitema che permettono simili traffici.
L'esempio più noto è quello dei traffici pedo-pornografici: questi scambi si sono modificati nel tempo materializzandosi in pacchetti commerciali ai quali vengono allegati veri e propri manuali per aiutare il criminale ad aggirare la tracciabilità.
La criminalità informatica arriva a coinvolge anche le relazioni tra gli Stati diventando ancora più pericolosa. Federico Varese, criminologo, ci descrive come molti Stati del mondo accettino la presenza di queste attività illegali per scopi strategici internazionali che coinvolgono in particolare la politica .
Un modo per combattere questi cyber criminali potrebbe essere creare un clima di sfiducia interno che attacchi direttamente le strutture del sistema.
Per concludere la comunicazione informatica ,come dice Tim Stevens,sarebbe più sicura se ci fosse una leggislazione rapida e mirata sui molteplici problemi del web.
 Anna Di Garbo e Francesca Menegatti, Liceo Ariosto

Cosa ne pensate del festival?

Immersi nella pittoresca cittadina ferrarese tra giornate soleggiate e giornate nebbiose, si è svolto il  Festival di Internazionale. Vivendo la manifestazione si è potuto apprezzare il bello di osservare negli occhi delle persone l'emozioni suscitate da un evento , la commozione per una storia o per una citazione di uno spettatore o vedere chi semplicemente si arrabbia perché non capisce i concetti espressi da chi parla ,oppure, notare il semplice interesse e i volti contriti .Camminando tra le strade della città troviamo una folla variatissima ed "internazionale" che freneticamente  si dirige agli innumerevoli incontri  promossi dal festival.
Cosa pensa la popolazione ferrarese del Festival di Internazionale? I cittadini ferraresi si spaccano in due fazioni: c'è chi vede il festival come un motivo di disturbo che intralcia la vita quotidiana chi ,invece, pragmaticamente affida al Festival un ruolo puramente economico e chi ancora, lo apprezza in tutte le sue forme e vorrebbe che non finisse mai. L'impegno culturale del festival viene ampiamente apprezzato da chi entra in città solo per questo evento, osservando come questa occasione doni una possibilità di "apertura mentale" ai cittadini ferraresi e non.

                                                                                                                            Menegatti Francesca