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sabato 6 ottobre 2018

Quando la democrazia diventa populismo

Il populismo rischia la scomparsa. Tutti gli intellettuali più in vista sulla scena politica italiana si preoccupano per la scomparsa della sinistra in politica.
Manca la presenza della voce del popolo, un richiamo alla sovranità popolare che appartiene al passato.

Il malessere popolare, nasce da una sfiducia verso la politica ormai giudicata monotona e costellata da partiti 'ibridi' incapaci di prendere decisioni che seguano una posizione fissa. Gli italiani sono per tradizione populisti ed attualmente viene richiesta sempre di più una democrazia immediata fra popolo e chi comanda.  Macron, attuale Presidente della Repubblica francese, si è presentato come candidato anti-sistema e ha utilizzato strumenti di natura populista per presentare il suo programma di contenuto non populista.
 Egli ha vinto le elezioni poiché si è posto come 'alleato' del popolo. Ciò che il popolo sta cercando di fare è di tornare alla sovranità passata che si prospetta come un sogno irrealizzabile.
 La maggioranza che forma il movimento populista è composta da 'uomini in crisi' minacciati dalla scomparsa del patriarcato e dalla ripresa dei movimenti femministi. In un clima di incertezza su chi possa comandare, si tende a 'prendere le redini' della situazione credendo in un popolo sovrano senza limitazioni.
L'uomo dovrebbe 'uscire dalla sua crisi', e cominciare a credere nel potere della democrazia, tralasciando l'utopia di un futuro di sovranità.
 Per di più, la globalizzazione ha eroso le frontiere territoriali e ed ha dimostrato l'impossibilità di adottare  confini nazionali di applicazione delle leggi, legate ad una sovranità popolare ed al protezionismo.
Il tempo passato in rete, inoltre,  sembra essere collegato alla crescente sfiducia negli altri: è necessario creare una nuova comunità di relazioni interpersonali.  Questo è, in pillole, il pensiero degli autori di Popolocrazia Ilvo Diamanti e Marc Lazar, impegnati in un dibattito con la filosofa Ida Dominijanni e coordinati dalla presentatrice  Eva Giovannini, venerdì 5 al Teatro Nuovo               
       
 Chiara Marchesin e Anna Di Garbo

Europa tra economia e politica

Un' Europa a misura di cittadino, questo è stato il fulcro del dibattito politico ed economico svoltosi oggi nell'Aula Magna della facoltà di Giurisprudenza alle ore 16:30. A parlarci di questo, gli esperti Antonia Carparelli, rappresentante italiana presso la Commissione europea, Michael Braun, corrispondente del quotidiano Die Tageszeitung, Dario Menor Torres, giornalista spagnolo, e Alessandro Somma, docente presso l'università di Ferrara; il tutto mediato da Dino Pesole, giornalista de Il Sole 24 Ore.
L'incontro è stato suddiviso in due momenti: il primo in cui ogni ospite ha presentato alcune problematiche inerenti a vari contesti politici e le eventuali soluzioni; il secondo in cui hanno risposto alle domande del mediatore e del pubblico.
Dapprima ha preso parola Antonia Carparelli, dipingendo un ritratto dettagliato del contesto europeo, evidenziando come la percentuale della popolazione a rischio di povertà sia costantemente in crescita. Ha proposto come possibile soluzione l'inserimento di una normativa riguardante il Reddito di Cittadinanza, che però di per sé non è sufficiente, ma andrebbe integrato con sussidi e servizi sociali adeguati.
In seguito ha parlato Michael Braun, che evidenzia come la popolazione europea abbia perso fiducia nell' Unione e come molti stati che ne fanno parte non abbiano ancora un salario minimo garantito, ma abbiano un Reddito di Cittadinanza che viene sì concesso, ma a determinate condizioni.
Poi è intervenuto Dario Menor Torres, che ha riportato le differenze più evidenti tra Italia e Spagna, sottolineando con un esempio come la sanità e l'istruzione del suo paese siano completamente gratuiti e garantiti a tutti.
Ha terminato Alessandro Somma, che ha ripreso i punti esaminati dai colleghi e li ha riportati al contesto ferrarese.
La fine dell'incontro è stata dedicata alle domande del pubblico e di Dino Pesole, inerenti agli argomenti trattati nella prima parte.


Giacomo Bosco e Desiree Bindini

Un bagno di realtà


La realtà virtuale tra arte e informazione. Questo il tema trattato oggi al Teatro Nuovo di Ferrara alle 15:00 che ha visto protagonisti il regista e produttore Winslow Porter, la regista e sceneggiatrice Milica Zec, il giornalista Riccardo Staglianò e l'esperta Liz Rosenthal, accompagnati dalle domande di Piero Zardo.

Il fulcro dell' incontro è stato la visone del cortometraggio The Tree, sequel di The Giant, parte della trilogia creata dai due registi. La proiezione è stata preceduta da un dibattito tra gli ospiti che hanno discusso sul mondo della Realtà Virtuale, sul suo possibile impiego nella vita di tutti i giorni e nel giornalismo. Questo tipo di esperienza, che consente di essere trasportati in un altro luogo e tempo e diventare persino "qualcosa di impossibile", sta prendendo sempre più piede, tanto da avere una sezione tutta sua al Festival del Cinema di Venezia.
Uno degli interrogativi ha riguardato quando questa realtà diventerà vera e propria, ovvero quando potrà essere impiegata a 360 gradi; il giornalista Riccardo Staglianò ha risposto sottolineando come questo progetto sia al momento irrealizzabile a causa dei costi elevati di cui necessita.
Un' ulteriore perplessità emersa durante la discussione verte sullo sviluppo o meno della creatività nell'utilizzo della tecnologia, problematica molto discussa al giorno d'oggi, ma, al contrario del pensiero comune, gli esperti hanno sostenuto che per  la creazione di questi progetti la creatività sia essenziale.
L'incontro si è concluso con la proiezione del corto che ha permesso a tutti gli spettatori di immergersi nel mondo della foresta amazzonica come parte integrante di essa, diventando alberi.

                                                                                                          Desiree Bindini e Giacomo Bosco

Sinistra: l'ultimo vagone del treno

Che cos'è la sinistra? La sinistra è la rappresentanza della nuova classe intellettuale e globalizzata. Intellettuale non deve essere inteso come colui che ha una cultura varia ed esaustiva, ma come colui che attraverso il "sapere" si definisce nel mondo. Allo stesso modo per  globalizzazione si intende lo sviluppo tecnologico legato al movimento di capitali, persone e culture non conoscendo frontiere.
Questo modello non è soverchiabile, citando Lucia Annunziata, "è un treno che perde i vagoni"  lasciando come ultimi i deboli, i meno abbienti. La povertà è scarsa cittadinanza e per questo necessita di servizi efficienti e soluzioni innovative.
La mancanza della sinistra e della sua traballante posizione in Italia è stato il tema del dibattito fra BeskerBranbergen, Braun, Broder e Lucia Annunziata tenutosi il 5 ottobre presso il Teatro Comunale.
Secondo lo storico inglese David Broder "la sinistra imita il partito leggero, del leaderismo e populismo" trovando soluzioni facili e risolutive, conquistando i voti della popolazione,ma tralasciando la rappresentanza degli ultimi. Dovrebbe quindi mettere al centro della propria lotta la cultura e la formazione per superare quel pessimismo che vela la speranza di un futuro migliore. Per creare una contro-egemonia serve quindi un orizzonte utopistico che abbracci la battaglia per conferire dignità al lavoro e la scossa per rianimare lo spirito di cambiamento.
La sinistra, dovrebbe domare il capitalismo e non "assopirsi" sulla globalizzazione, dovrebbe, ma questo non avviene perché si è adagiata sul progresso tecnologico e sul multinazionalismo.

In conclusione, tutti gli ospiti si sono trovati d'accordo nell'affermare che le strategie per migliorare la situazione sono creare e gestire la produzione della ricchezza e concepire il potere come un alleato, volto alla riorganizzazione del bene comune.

Chiara Marchesin, Benedetta Crivellaro

Rohingya: un genocidio invisibile

Questo pomeriggio al Festival  di Internazionale a Ferrara è stato organizzato un dibattito tenuto dal Tg1 in collaborazione con MSF sulle sorti della minoranza Rohingya, vittima di una fuga forzata dal Myanmar al Bangladesh.
La fuga di questo popolo inizia il 25 agosto 2017 e continua tuttora, tanto che il numero di profughi ha superato il milione. L’indagine giornalistica del Tg1 inizia nel settembre di quell’anno e documenta la traversata del fiume Lao, che segna il confine tra i due paesi interessati. Emanuele Giordana, Cecilia Brighi e Francesco Segoni durante la conferenza, con la mediazione di Amedeo Ricucci, hanno illustrato i motivi di questa persecuzione e il possibile futuro di questa minoranza.
I Rohingya sono abitanti di una zona chiamata Rachan, che nel corso dei secoli ha mutato i suoi confini e i suoi padroni, passando dall’essere una colonia inglese ad entrare a far parte del Myanmar, non cambiando tuttavia le sue radici musulmane. Radici che, apparentemente, hanno portato i potenti militari del paese a bruciare centinaia di villaggi e a uccidere migliaia di persone. Come ci spiega Giordana, dietro la persecuzione ci sono motivi economici, non solo religiosi e culturali: infatti dal governo è stata emanata una legge che consente ai militari l’accorpamento di 20.000 ettari di terra, dei quali i Rohingya non riusciranno più a rientrare in possesso a causa dell'assenza di atti di proprietà ufficiali. Il Bangladesh, al contrario della loro terra natia, tollera la loro presenza senza tuttavia concedere alcun tipo di diritto. Medici Senza Frontiere è intervenuto per aiutare i profughi con assistenza sanitaria e rifornimenti di acqua e viveri, che però non permettono al milione di Rohingya di avere una condizione di salute adeguata. Anche se è l’obiettivo iniziale di tentare il rimpatrio è un’ipotesi inattuabile secondo i relatori, quello che ci viene chiesto è solo questo: informarci.

Greta Mariotti e Antonia Romagnoli

Scienza e Letteratura: una frattura insanabile?

Nell'Aula Magna della facoltà di economia di Ferrara, oggi venerdì 5 ottobre, il romanziere e fisico teorico Paolo Giordano è stato invitato al festival Internazionale  dal Master di giornalismo scientifico. La discussione ha trattato della frattura tra scienza e letteratura evidenziata dallo scrittore in alcuni suoi romanzi, in particolare nell'ultimo uscito a maggio Divorare il cielo. Giordano, incalzato dalle domande di Michele Fabbri, afferma che oggi ci si specializza in un unico ambito molto presto a causa dell'organizzazione del sistema educativo, con l'inevitabile esclusione di tutte le altre discipline. La scienza stessa soffre molto di questa selezione e viene affrontata con una certa diffidenza, in quanto i suoi termini, apparentemente neutrali, in realtà sono "violenti e schiaccianti", non permettendone una facile divulgazione.
Lo scrittore dice di non sentire personalmente questa divisione e, analizzandola, cerca di convincerci che non ha motivo di esistere. Infatti lui stesso riesce ad unire questi due aspetti nei suoi libri usando la narrativa per parlare di scienza, cercando di farci avvicinare a questa realtà. Attraverso temi con base scientifica affrontati quotidianamente nelle nostre vite, come la fecondazione assistita e il ruolo dei vaccini, i romanzi cercano di entrare nella confusione dei lettori, poco e male informati, per dare un ordine. Anche tra i personaggi non c'è alcun tipo di scambio di opinioni, cosa che non favorisce l'informazione: questo perché spesso si interpretano le notizie in base alla propria indole, senza voler o poter sapere necessariamente la verità.
Giordano, inoltre, fa riferimento alla tematica religiosa affermando, durante la conferenza, che il mondo della religione e quello della scienza non sono completamente imprescindibili, mettendo in comunicazione altre due realtà che apparentemente sembrano contrapposte.
Con questo discorso ci fa quindi capire che la scienza è sempre connessa alla nostra quotidianità, invitando il pubblico ad aprirsi a questa materia di studio.

Antonia Romagnoli e Greta Mariotti



Gary Younge: il potere delle armi

"Il traffico di armi è come il traffico delle auto negli Stati Uniti". Questo è il pensiero di Gary Younge, scrittore del romanzo Un altro giorno di morte in America.
Younge nasce in Inghilterra da genitori stranieri, vive negli Stati Uniti da 12 anni, ma pur essendosi integrato all'interno del Paese, conserva ancora la capacità di stupirsi, meravigliarsi, indignarsi di fronte a situazioni che i giornalisti americani danno per scontate.
Unico è il modo in cui egli tratta del tema delle armi.
Il suo romanzo parte dal giorno 22 novembre 2013 : in questa data alcuni giovani adolescenti americani sono stati uccisi da armi da fuoco.  L'autore ha precisato di non aver scelto né manipolato l'ordine dei fatti, ma di aver lasciato alla sorte la scelta degli eventi per mostrare al lettore le disgrazie accadute. L'autore ha proseguito le sue ricerche approfondendo l'argomento del traffico di armi. Le statistiche mostrano come ogni giorno in media vengono uccisi nove adolescenti, la maggior parte dei quali è composta da stranieri appartenenti alla classe lavoratrice.
Un esempio riportato è quello di due bambini lasciati a casa da soli con i fucili da caccia del padre incustoditi. Il finale è di facile immaginazione: uno dei due bambini spara accidentalmente all'altro uccidendolo sul colpo.
In un altro caso, invece, l'ambito di appartenenza della vittima è legato a quartieri poveri come un diciottenne che volontariamente uccide le persone, entrando nella cerchia dei piccoli criminali.
Spesso si attribuisce la colpa di questi reati all'educazione del soggetto con genitori assenti e negligenti nell'educare correttamente i loro figli. Alla domanda posta dall'autore alle famiglie in lutto: "Vi sareste mai aspettati una fine così per vostro figlio?"  la risposta nella maggior parte dei casi è stata affermativa.
Nessuno ammette che la vera causa di tutte le morti sia l'alta quantità delle armi da fuoco in circolazione. Si cerca sempre un capro espiatorio: la negligenza dei genitori, la divisione di razze in America che comporta inevitabilmente la presenza dei classici stereotipi sulle minoranze.
Un altro dato statistico riportato da Younge è come sia calata la speranza di vita per gli uomini e le donne americane e di come la mortalità infantile sia in crescita.
Lo stato americano dovrebbe aiutare la popolazione nella lotta alle armi da fuoco, suggerendo copioni alternativi che combattano stereotipi e mettano fine alla paura di vivere in un paese insicuro.

                                                                                              Anna Di Garbo, Chiara Marchesin


"La parte migliore"


"La domanda giusta per chi ha a che fare con una quasi diciottenne non è che cosa ha in testa, ma che cosa ha in corpo". Durante la presentazione del suo romanzo La parte migliore (Einaudi, 2018) Christian Raimo, nel cortile di Palazzo Crema, ha dialogato con Chiara Lalli, giornalista e bioeticista, sull'influenza della scuola e della famiglia sulla vita dei giovani oggi. Il libro racconta il rapporto complesso tra una madre, Leda, psichiatra che lavora con malati terminali, e la figlia quasi diciottenne Lara. La ragazza rimane incinta dopo l'incontro casuale con un ragazzo a una festa e decide, con l'aiuto della madre, di intraprendere il percorso per interrompere la gravidanza. Roma fa da sfondo a questa storia ed è lo specchio dell'Italia intera che l'autore vuole raccontare, un'Italia retroflessa, cristallizzata nei suoi miti e quasi mai fantascientifica.
Durante l'incontro, l'autore si è soffermato su come i ragazzi siano poco rappresentati e come siano quasi sempre gli adulti a parlare per loro, denunciando quello che lui chiama paternalismo. Sottolinea anche le mancanze della scuola, che non educa più i giovani alla politica, all'affettività e alla sessualità. E' questa la prima generazione che non ha una mobilitazione studentesca forte, mentre si concentra di più sul nuovo progetto dell'alternanza scuola-lavoro. Nonostante la critica, però, secondo l'autore, la scuola rimane l'unica comunità che ancora esiste, dove si creano legami così forti da durare anche nell'età adulta. 
Negli ultimi anni è stata la famiglia a salire in prima posizione nella scala di valori dei giovani, superando l'amicizia e la libertà, ed è diventata l'unico luogo dove si creano relazioni affettuose. 
Parlando del percorso di Laura e di Leda, l'autore ha anche affrontato il tema dell'aborto e dell'eutanasia e lo stigma collegato, criticando la tendenza di chi sta intorno al paziente di decidere per lui quale sia il suo bene. 
In conclusione, l'autore durante la presentazione ha trattato di due temi tabù nella società di oggi, la morte e il sesso, sottolineando come siano gli unici due aspetti che interessino i ragazzi e come alimentino la loro voglia di mangiarsi il mondo.


Beatrice Culotta e Martina Piscitelli

Una prigione spacciata per salvezza


Dominazione sistematica, oppressione, colonialismo, antagonismo e militarismo. Questo è ciò che avviene a Manus Island e Nauru, due isole situate in Oceania, a nord della Papua Nuova Guinea, dove profughi e richiedenti asilo sono riuniti in centri offshore, nome fuorviante per definire quelle che, in realtà, sono delle vere e proprie prigioni.
Behrouz Boochani, risiedente immigrato dall'Iran, è riuscito grazie alla scrittura a sopravvivere nonostante la scarsa quantità di viveri e la mancanza di assistenza sanitaria e psichiatrica. Con l'aiuto di Omid Tofighian, presentatosi oggi al Festival di Internazionale, è riuscito a pubblicare un libro intitolato No friends but the mountains in cui vengono descritte le atroci condizioni dei prigionieri, i quali preferirebbero morire piuttosto che vivere in questo modo.
Tofighian ha sottolineato che a Manus Island vengono rinchiusi uomini che abbandonano il loro paese d'origine e la loro famiglia, mentre a Nauru donne e bambini subiscono violenze fisiche e sessuali, senza l'intervento  del governo che lascia passare tutto sotto silenzio. Proprio queste violenze sono il tema del documentario girato di nascosto da Boochani con il cellulare: si sentono testimonianze di uomini a cui manca la propria famiglia, uomini che vengono maltrattati, uomini che hanno perso un amico a causa di guardie armate.
Con questa testimonianza il pubblico ha lasciato la sala con due domande: quale sarà il futuro di questa gente? La loro situazione migliorerà?

Simona Babbi e Elisabetta Ceresero

venerdì 5 ottobre 2018

Whispering truth to power

Mondovisioni, come accade ormai da dieci anni, presenta per Internazionale otto film-documentari in anteprima, incentrati su due temi principali. Quest'anno sono stati scelti la figura femminile e la deriva populista-razzista che sta dilagando nel mondo. I film verranno proiettati non solo qui a Ferrara, ma in altre 34 città d' Italia e coinvolgeranno più di 250 cinema.
Uno degli otto film mostrati al Festival è Whispering truth to power di Shameela Seedat, basato sulla storia di Thuli Mandonsela, public protector sudafricana. Mondovisioni ha da sempre prestato particolare attenzione per il continente africano, ma è la prima volta che porta sullo schermo un documentario ambientato in  Sudafrica.
Il lavoro di Mandonsela consisteva nel tutelare i cittadini dagli abusi e dalla corruzione nella pubblica amministrazione: il film segue le due inchieste più importanti che hanno caratterizzato il percorso lavorativo di Thuli, ovvero la battaglia contro il presidente Zuma (accusato di appropriazione indebita) e quella contro la corruzione del governo che coinvolgeva nuovamente il capo dello Stato. Secondo il regista poche donne sono riuscite a ottenere posizioni di potere in Sudafrica e, allo stesso tempo, sopportare le pressioni e attacchi della rigida gerarchia come Thuli. Questo personaggio ha dimostrato l'infondatezza dello stereotipo della donna africana sottomessa e debole ed è stato capace di presentare il suo Paese come un futuro leader della scena politica globale. 

Sara Meneghini e Alisia Rizzi

La rivoluzione col sorriso


Oggi al Festival dell'Internazionale a Ferrara sono giunti da quattro angoli del mondo personalità artistiche unite dalla loro terra natia: la Palestina.
Durante l'incontro gli ospiti si sono espressi attraverso la loro scrittura chiarendo quali sono gli shock che quotidianamente vivono nella loro terra. La scrittura vista come uno strumento capace di raccontare ricordare e testimoniare le storie vissute dagli "umili" e non dagli eroi. Gli autori hanno sollecitato il pubblico a considerare la scrittura come un canale per trasmettere informazioni e mobilitare l'impegno civile .
Tutti gli ospiti hanno voluto presentare la Palestina secondo la loro professione artistica, da uno scatto fotografico capace di immobilizzare il tempo, al racconto di una bambina chiamata Gaffa, come la sua città che mai potrà vedere.
Gli autori hanno voluto condividere l 'amore per la loro terra, senza però nascondere i timori e la paura che quotidianamente vivono. La Palestina, diventata ormai invisibile agli occhi degli altri Stati, è madre di paladini che vivono la vita con la forza e resistono alla fatalità di ogni giorno.
La discussione si è poi sviluppata non sul piano politico, ma  piuttosto sull'emozione e l'arte, capaci di rendere ciò che accade immortale.
<<Si racconta la Palestina o ridendo o piangendo>>, una terra che grida, piange e lotta ogni giorno, secondo e attimo per i dritti alla libertà, all'uguaglianza; una terra dove si lotta anche semplicemente per spostarsi da casa al mercato. E' anche naim, paradiso che ride e vive la rivoluzione con il sorriso, a braccia aperte, cantando la libertà.

Benedetta Crivellaro e Francesca Menegatti 

Un'atmosfera Internazionale

5 ottobre 2018, primo giorno della dodicesima edizione del festival di Internazionale a Ferrara.
Le strade della città estense brulicano già di migliaia di persone, provenienti dalle città più varie (sia italiane che estere), curiose ed impazienti di partecipare ad eventi e conferenze.
Piazza Trento e Trieste ne è il cuore pulsante: con i suoi numerosi stand attira l'attenzione dei passanti che vengono istantaneamente risucchiati dall'atmosfera frizzante che li circonda. I luoghi principali della città (Piazza Municipale, Castello Estense, Teatro Comunale, Teatro Nuovo, e molti altri spazi) sono il palcoscenico per incontri, dibattiti, presentazioni di libri, mostre, proiezioni cinematografiche ed esibizioni, tutti con lo scopo di diffondere la cultura in tutte le sue sfaccettature. È universalmente condiviso che il punto di forza del festival sia mettere a disposizione, gratuitamente e pubblicamente, un bagaglio di conoscenze vasto e multiculturale, invogliando la partecipazione attiva dei visitatori
Passeggiando per le strade ci si rende conto che Internazionale è davvero un'occasione unica e perfetta per conoscere, apprendere e approfondire quanto sia variegata e complessa la realtà in cui viviamo, e quanto sia importante partecipare attivamente al suo miglioramento.

Sara Meneghini e Alisia Rizzi

Cinque storie di attivismo

Uno dei primi incontri del Festival di Internazionale 2018 si è svolto all'interno del cortile del Castello Estense di Ferrara, da sempre considerato una cornice perfetta per gli eventi culturali della città.
Stamattina cinque attivisti provenienti da diverse parti del mondo si sono confrontati riguardo i temi delle loro lotte, di diversa natura ma accomunate dal sentimento di ribellione nei confronti del sistema capitalista e patriarcale. La prima a parlare è stata la scrittrice palestinese Suad Amiry da anni sostenitrice dell'idea che i motivi alla base dello storico conflitto tra Israele e Palestina possano essere riassunti semplicemente nella parola land: infatti, a differenza di ciò che solitamente si pensa, l'ostilità che ha dato origine agli scontri, non è ideologica o religiosa ma riguarda unicamente i possedimenti territoriali.
Dopo di lei ha preso la parola Marta Dillon, una delle fondatrici di Ni Una Menos, movimento simboleggiato dai Fazzoletti Verdi indossati dalle attiviste che in Argentina lottano da anni per la legalizzazione dell'aborto e più in generale per l'autonomia femminile, nel tentativo di dare alle donne visibilità politica e di farle uscire dal ruolo di vittime a loro attribuito fino ad oggi.
Successivamente lo scrittore britannico Raj Patel ha quindi sottolineato come la lotta al capitalismo non sia solo politica, ma quotidiana e individuale. Per dimostrarlo ha portato l'esempio del "pollo capitalista" come uno dei tanti prodotti dello sfruttamento del lavoro manuale delle multinazionali, per spingerci a compiere la scelta di "prendere quel bocconcino di pollo e gettarlo via".
Il penultimo intervento è stato di Shamiso Mungwashu, giovane donna zimbabwese che ha fondato un'azienda di coltivazione e commercio eco sostenibile sostenendo l'importanza che le nuove generazione dovrebbero assumere in questo tipo di produzione agricola.
Infine, la giornalista pachistana Rafia Zakaria ha chiuso l'incontro con un incisivo j'accuse lanciato contro i "giornalisti predatori" occidentali che utilizzano la loro influenza politica e mediatica per fornire una visione parziale e stereotipata delle realtà che descrivono.
Come i protagonisti di questa mattinata hanno saputo dimostrarci, bastano solo poche parole per rendere un incontro incisivo, coinvolgente e stimolante, ma, del resto, proprio questo è il fascino del Festival di Internazionale.
                                                                                                             Martina Catino e Emilia Ciatti

Tracce non riconosciute

n.n
n.n
n.n
n.n 4 anni
n.n uomo di 30 anni, è morto congelato nel porta bagagli di un portaerei
n.n donna di 40 anni, si dà fuoco dopo aver attraversato il confine turco.

Storie di frustrazioni, speranze e vite spente come fiammiferi.
Gipi, pseudonimo di Gian Alfonso Pacinotti, fumettista, attore e regista italiano ha letteralmente incantato Piazza Cattedrale con una serie di 40.000 nomi che raccontano vite. A ripetizione continua e senza mai fermarsi, Gipi si è circondato di curiosi turisti di Internazionale da questa mattina alle 9,30 e continuerà fino a sera per tutta la durata del Festival. Con assoluto rispetto e onorando la memoria di coloro che sono morti dal 1993 a oggi nel viaggio verso l'Europa, egli ha ripercorso le loro orme raccontando le uniche cose che sono rimaste: il nome, l'età e le cause di morte.
Questa lista è la più completa delle vittime accertate durante il viaggio dei profughi via mare e via terra, nei centri di detenzione e nelle comunità per risiedenti asilo. Le lacrime e le fronti corrugate sono segni innegabili di quanto sia urgente agire. Agire per non soffrire.

Chiara Marchesin